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LA REPUBBLICA - Affari e Finanza - 30 settembre 2013

Parte la rivoluzione del risparmio bancari in fuga, meglio promotori

di Paola Jadeluca
 
«Sempre meno bancari, sempre più promotori»: Marco Mazzoni, direttore di Magstat, il centro studi di Bologna che ogni anno redige una survey del settore, non ha dubbi. Dalla fine dello scorso anno a oggi molte cose sono cambiate nell’industria della gestione dei ricchi portafogli. «Sulla spinta della chiusura degli sportelli bancari, il taglio dei benefit aziendali, dei premi e degli altri incentivi, molti direttori o addirittura addetti ai titoli si sono riciclati nel mestiere di private banker indipendente ». Il private banking non soffre, perché non ha rischi: chi gestisce i portafogli non presta soldi, dunque non ha esposizioni. Ecco allora che quello che ieri era stato messo via da alcune organizzazioni, oggi diventa un business interessante, per chi lo fa, ma anche per le organizzazioni che stanno di nuovo puntando su questo settore ma attraverso la formula, più snella, della rete. «Molte strutture hanno creato reti nuove», spiega Mazzoni. E racconta: «La Banca popolare di Vicenza, la stessa Bnl che diversi anni fa aveva ceduto Bnl Investimenti Sim alla Ras, ora è ripartita con una struttura, annunciata due o tre mesi fa. Un modo per crescere senza fare investimenti ». Guardiamo il caso, Mps. La banca, travolta dagli scandali, ha recentemente annunciato un drastico piano di chiusura degli sportelli.

E questo ha dato il via a una trasmigrazione di figure professionali che piuttosto che vedersi spostare da una regione all’altra, o addirittura licenziare, hanno pensato bene di emigrare nel private banking. Ma non tutto va male. «In Mps la rete dei promotori è ancora sana e recluta», racconta Mazzoni. Solo che l’accelerazione della crisi ha messo in moto nuove variabili. Nell’ambito delle banche commerciali, Mps è quella che ha portato avanti le trasformazioni organizzative più radicali. e’ stata la prima a creare il family office. Insomma, molto vitale come strategie. Ora, però, di fronte ai conti, bisogna correre ai ripari. Con quasi 100 centri specialistici distribuiti su 15 regioni, una rete di 400 gestori e circa 21 miliardi di euro di raccolta, l’area Private Banking del Gruppo è stata al centro di un progetto di revisione globale e da servizio compreso nel retail è diventata una nuova area di business. Il Gruppo si è mosso anche sul versante della rete, con un potenziamento basato sull’apertura di sei nuovi centri private.

Ma su questo fronte se ne potrebbero vedere di nuove. I rumor dicono che forse gli stessi promotori interni vorrebbero rilevarla, una sorta di spin off. E’ quello che ha fatto Azimut con Bpb un tempo. Ora potrebbe spuntare all’orizzonte un’azionista, chissà, magari uno straniero. Da inizio d’anno il settore è in pieno fermento. Tutti hanno in corso piani di riorganizzazione, anche se con strategie differenti. Ubi ha incorporato il private con il corporate e l’investment. Lo stesso ha fatto Ubs. C’è chi ha chiuso le divisioni private in alcune aree poche remunerative per focalizzarsi su mercati più maturi, come sta facendo Barclays ma anche SocGen. C’è che fonde con l’asset management, come Deutsche Bank e Credit Suisse. Il taglio dei costi e del personale è stata la molla che ha messo in moto un ripensamento totale dei modelli di business. C’è chi vende, E chi compra. Persiste infatti, secondo la survey di Magstat il processo di concentrazione, spinto dalla crisi economica internazionale. Schroders, per esempio, ha rilevato la rivale Cazenove. union Bancarire Privéé si è aggiudicata le attività di private banking internazionale di Lloyds Banking group. La Svizzera Vontobel ha chiuso il private banking in Italia. Credit Suisse ha rilevato le attività Pb nell’area Emea di Morgan Stanley In questo scenario il risiko italiano del Private banking ha evidenziato una crescita della raccolta superiore alla soglia storica di 562,7 miliardi di euro, toccando quota 596,6 milardi. Un risultato che ha ricevuto una grande spinta dalle reti, come rileva lo studio annuale di Magstat presentato a fine luglio, ma che si è chiuso a dicembre 2012.



Sicuramente ora stiamo assistendo a una accelerazione dei processi e le grandi quote di crescita delle reti comprenderanno anche lo spostamento dei portafogli di banker in fuga dalle banche. Che le reti funzionino lo prova un fatto: Allianz, big delle assicurazioni, a ottobre presenterà la nuova struttura private banking. Tallonerà Generali, molto forte nel Pb con la sua rete di promotori. E’ sempre stato e resta l’unico fronte sano del business “banking”. Ma per le grandi banche commerciali alle spese con i tagli radicali diventa un problema continuare a coltivare il personale specializzato. E non solo quello. Tra Toscana, Umbria e Marche la crisi bancaria ha stravolto e sta travolgendo molti assetti. E chi può si mette al riparo nel Pb. D’altronde, lo si è sempre detto, il portafoglio si sposta con lo spostamento di ha il rapporto di fiducia con il cliente, Nelle banche dove non c’è la struttura Pb, è il direttore o il gestore titoli che cura anche l’affluent retail. Se questa figura si sposta, facile che si porti dietro anche il cliente. Ecco perché funziona e va bene chi punta tutto sul reclutamento. Un caso è Azimut. Fineco idem ma dalla sua ha anche un altro punto di forza: mette a disposizione dei clienti tutti i titoli e gli asset possibile. Diverso il caso
di Azimut, invece, che è forte come casa prodotto. La fuga dalle banche riguarda gli stessi private banker. E questo creerà inevitabilmente un travaso di soldi, al momento non calcolabile. Molti banker di estrazione bancaria si sentono sotto pressione anche perché tutte le banche commerciali devono fare aumento di capitale e a chi affideranno questo compito? ovviamente al private banker, l’unico che potrebbe riuscire a “vendere” i prodotti della casa finalizzati a questo tipo di operazioni: le obbligazioni per esempio.