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LA REPUBBLICA - AFFARI E FINANZA - 7 NOVEMBRE 2016


I campioni dei ricchi portafogli
tra boutique e grandi strutture

LA RACCOLTA DEI PORTAFOGLI TOP CRESCE DI OLTRE IL 10% E GLI INTERMEDIARI FINANZIARI CON PATRIMONI SUPERIORI AI 20 MILIARDI DI EURO CONQUISTANO IL 57,1% DEL MERCATO. I PRIMI TREND CHE EMERGONO DALL’ANNUALE INDAGINE DI MAGSTAT

Paola Jadeluca

«Aumenta il peso dei big player»: Marco Mazzoni, fondatore di Magstat, anticipa ad Affari & Finanza i trend che emergono da “Il Private Banking in Italia” l’indagine che annualmente, da tredici anni, realizza passando al setaccio gli operatori italiani del settore. La nuova edizione uscirà a fine novembre. Il dato più eclatante è appunto questo: «Il 57,1% del mercato è in mano agli intermediari finanziari con patrimoni superiori ai 20 miliardi di euro, contro il 46,8% dello scorso anno», racconta Mazzoni. Crescono i grandi, crescono i piccoli, perdono terreno le strutture di dimensione intermedia. Si assiste a una polarizzazione del mercato, con le strutture che gestiscono patrimoni tra i 5 e i 10 miliardi crollare al 9,1% di share, rispetto il 16,5% del 2015, e strutture tra i 10 e 20 miliardi di patrimonio passare al 17,8% sul 20,3%. La raccolta del risparmio gestito corre, quella del Private banking di più: secondo le rilevazioni di Magstat, nel 2015 le masse in gestione sono salite di oltre il 10% rispetto all’anno precedente, che già aveva fatto registrare una crescita a doppia cifra. Le reti hanno fatto da traino al settore. E questo in particolare per la clientela italiana.

Ma per chi guarda all’estero la nuova frontiera sta diventando il segmento più alto. Si assiste infatti a una situazione paradossale: nei principali paesi occidentali, europei in particolare, il Pil ristagna, ma aumentano i milionari. E gli operatori sono in grande rivolgimento.

Molti stanno virando verso l’alto, alla conquista di imprenditori e uomini d’affari. Dove i servizi sono più complessi, e i ritorni ovviamente maggiori. Si contendono il mercato italiano i due big bancari, Intesa Sanpaolo e Unicredit. A luglio dello scoro anno ha fatto il suo debutto Fideuram- Intesa San Paolo Private banking, meglio nota come Ispb. Matteo Colafrancesco, Presidente, e Paolo Molesini, Ceo e Dg, hanno lavorato alla riorganizzazione della nuova struttura, per creare un polo unico in grado di coordinare società che prima operavano in modo indipendente. La confluenza delle due grandi reti - il mass market di Fideuram e l’alto di gamma del private banker del Gruppo Intesa Sanpaolo, ha portato il gruppo al primo posto in Italia, al quarto nell’Eurozona. Due reti rigorosamente distinte ma con una unica governance per conseguire maggiore valore aggiunto. Spalle da giganti, ma strategie da boutique. E’ la strada che sta seguendo anche Unicredit, che ha ricevuto da Consob e da Banca d’Italia le autorizzazioni finali per Cordusio Sim, la società di wealth management che è diventata operativa dal primo novembre, guidata da Paolo Langè. Sessantotto anni, 44 maturati nel settore delle boutique finanziarie, Langè è un capitano di lungo corso, più imprenditore che manager. Co-fondatore e azionista di Banca Leonardo- poi acquisita da Gerardo Braggiotti e da un gruppo di investitori istituzionali- ha lasciato Banca Leonardo a giugno dello scorso anno , insieme a un pool di private banker per creare l’hub del wealth management per i clienti di Unicredit. Un passaggio non indolore. Dietro ogni cambio di squadra, spostamento di uomini, si consuma sempre qualche battaglia legale. Cose di cui nessuno parla mai con piacere. Ma che danno la misura di quanto rilevante sia l’apporto di ogni singolo professionista, la sua capacità di tessere relazioni, conquistare clienti e patrimoni, che inevitabilmente porta via con sé. E’ proprio questo clima “familiare” che Langè e la sua squadra vogliono ricreare dentro un big come Unicredit: la relazione stretta, diretta, con ogni singolo cliente che in particolare le strutture più piccole e snelle riescono a realizzare ai massimi livelli. E’ come avere un sarto alle Savile Row, il simbolo del su misura Alto di gamma, dentro un colosso del fashion. Un aspetto che rende particolarmente forti i family office e le boutique finanziarie più piccole. Uno dei due poli. Il mercato cresce, ma crescono anche la competizione e arrivano nuovi operatori sempre più agguerriti. Chi vuole mantenere la leadership, sottolineano gli analisti di Mc-Kinsey, deve sviluppare una maggiore agilità. E, soprattutto, deve fare leva su economie di scala anche attraverso fusioni e acquisizioni. Secondo i calcoli di McKinsey, in Europa occidentale, le banche che hanno in gestione asset tra i 10 e i 30 miliardi di euro devono affrontare uno svantaggio in termini di costi del 20% rispetto a banche che gestiscono masse superiori ai 30 miliardi di euro. Uno svantaggio che sale al 90% nelle banche con 5 miliardi di euro in portafoglio. Insomma, si assiste a una selezione naturale. Tanto più che la corsa alle piattaforme It è molto forte in questo settore dove i big data giocheranno un ruolo sempre maggiore nel futuro. Sono strategiche ma consentono risparmi al massimo del 20%. Gli operatori più piccoli sono costretti ad affidare all’esterno l’hi-tech. Mentre solo i più grandi possono permettersi il lusso di investire su questo fronte. Taglia, accorpa, riposiziona: non c’è operatore del settore che non stia mettendo mano alla struttura interna. A partire dai big stranieri, come Credit Suisse e Ubs. Strategie che premiano. Ubs ha riconquistato il top della classifica mondiale del Private banking e wealth management di Euromoney . Credit Suisse prima nel Middle East, e Unicredit in Central and Eastern Europe. Per quanto riguarda l’innovazione Ubs, Credit Suisse e Citi si sono posizionate in cima alla classifica per esperienza con il cliente e sistema di back office.

Foto 1 2 3 - Marco Mazzoni (1) fondatore Magstat - Paolo Langè (2) Azionista e Ceo di Cordusio Sim (Unicredit) Paolo Molesini ( 3) Ad e Dg di Fideuram – Intesa Sanpaolo Pb

(07 novembre 2016)

 

 

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