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LA REPUBBLICA - Affari e Finanza - 21 settembre 2015


La sfida italiana ai campioni del private banking

Con la fusione Fideuram-Intesa Sanpaolo Pb nasce un polo in grado di competere con i grandi gruppi internazionali su un  mercato in crescita ma dove è strategico avere massa critica e servizi sofisticati

Paola Jadeluca

Descrizione: La sfida italiana ai campioni del private banking

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È nato un mega competitor del private banking, finalmente una struttura per dimensioni e caratteristiche in grado di misurarsi con i big internazionali se non addirittura conquistare il primato europeo»: Marco Mazzoni, presidente di Magstat — società specializzata nel monitorare il settore della gestione dei ricchi portafogli — non ha dubbi: con la fusione e ricompattamento avviato da Intesa Sanpaolo si apre una nuova era per il Private banking italiano.     

A luglio ha fatto il suo debutto Fideuram Intesa San Paolo Private banking, meglio nota come Ispb, un polo unico che raccoglie sotto di sé una serie di società che prima operavano in modo indipendente. Una fusione che ha sbalzato al primo posto in Italia il gruppo, che ha definitivamente sorpassato Unicredit, al quarto nell'Eurozona. In particolare la riorganizzazione prevede la confluenza delle due grandi strutture, la parte promotori finanziari, Fideuram, e il private banking dell'Istituto. Due realtà profondamente differenti.    

«Il nuovo organigramma tiene rigorosamente separati i due modelli di business, promotori e private banker, due società distinte ma con una unica governance che ci consentirà di creare valore aggiunto», commenta Paolo Molesini, responsabile del nuovo polo Pb di Intesa Sanpaolo e Ad di Fideuram Intesa Sanpaolo Pb. Spiega Molesini: «Ciascuna società continuerà a rivolgersi a un target preciso: Ispb si rivolge alla fascia alta del mercato,da 1 milione di euro in su, mentre Fideuram si conferma società end-to-end dedicata a una fascia più ampia che va da 100 mila euro a 100 milioni. Le rispettive competenze devono continuare a rimanere separate, ma in questo modo saranno assicurate le sinergie tra le due reti, sia in termini di sviluppo di conoscenze che di capacità negoziali: noi adottiamo un' architettura aperta, acquisendo una maggiore massa critica possiamo avere maggiori economie di scala con i fornitori e benefici per la clientela». 

La raccolta del risparmio gestito corre, quella del Private banking di più: secondo le rilevazioni di Magstat, nel 2014 le masse in gestione sono salite di oltre il 10% rispetto all'anno precedente. Le reti hanno fatto da traino al settore. E questo in particolare per la clientela italiana. Ma per chi guarda all'estero la nuova frontiera sta diventando il segmento più alto. A livello globale, evidenzia l'ultimo report sull'industria dell'asset & wealth management di McKinsey, il settore ha registrato nel 2014 un anno record.

Si assiste infatti a una situazione paradossale: nei principali paesi occidentali, europei in particolare, il Pil ristagna, ma aumentano i milionari. E gli operatori sono in grande rivolgimento. Molti stanno virando verso l'alto, alla conquista di imprenditori e uomini d'affari. Dove i servizi sono più complessi, e i ritorni ovviamente maggiori.

Il mercato cresce, ma crescono anche la competizione e arrivano nuovi operatori sempre più agguerriti. Chi vuole mantenere la leadership, sottolineano gli analisti di McKinsey, deve sviluppare una maggiore agilità. E, soprattutto, deve fare leva su economie di scala anche attraverso fusioni e acquisizioni. Secondo i calcoli di McKinsey, in Europa occidentale, le banche che hanno in gestione asset tra i 10 e i 30 miliardi di euro devono affrontare uno svantaggio in termini di costi del 20% rispetto a banche che gestiscono masse superiori ai 30 miliardi di euro. Uno svantaggio che sale al 90% nelle banche con 5 miliardi di euro in portafoglio. Insomma, si assiste a una selezione naturale. Tanto più che la corsa alle piattaforme It è molto forte in questo settore dove i big data giocheranno un ruolo sempre maggiore nel futuro. Le piattaforme tecnologiche, infatti, sono strategiche ma consentono risparmi al massimo del 20%. Gli operatori più piccoli sono costretti ad affidare all'esterno l'hi-tech. Mentre solo i più grandi possono permettersi il lusso di investire su questo fronte.  

Taglia, accorpa, riposiziona: non c'è operatore del settore che non stia mettendo mano alla struttura interna. Hanno dato il via le grandi banche d'affari estere, da JP Morgan a Ubs e Credit Suisse. Le prime a essere state travolte dallo tsunami finanziario, che prontamente hanno riposizionato la loro attenzione sul private banking, la parte più profittevole del business. Ma anche ridisegnato la mappa del loro business. Il risultato è uno scenario profondamente modificato, anche sulla base di evoluzioni normative, dove emerge un dato: gli americani, JP Morgan in testa, stanno scalando le classifiche di questo mercato, dove un tempo erano le banche svizzere a dominare. Mentre si affacciano in Occidente nuovi competitor come Dbs, gigante del private banking di Singapore.

La fusione Fideuram-Isbp è il trampolino di lancio per rendere più aggressivo il nuovo polo nel risiko del mercato. Dalla fusione voluta dal Ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina — che oltre a Ispb-Fideuram ingloba anche Fideuram asset managment oltre altre società come Sirefid, Isp Bank Suisse — nasce una realtà che ha in portafoglio asset per circa 190 miliardi di euro.   

Il piano industriale assegna al private banking un target di crescita al 2017 pari al 6,3%. Un target considerato dagli analisti a portata. Per ora si punta anzitutto alla crescita interna: in Italia, a Londra — dove sarà rilanciata la storica filiale — e anche in Cina, dove nella prima parte dell'anno si è avviato il progetto di costituzione di una wealth management company in joint venture con la Divisione banche estere ed Eurizon, la "fabbrica prodotto" del gruppo.

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