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LA REPUBBLICA - Affari & Finanza - 21 marzo 2016

RAPPORTO

I private banker di Intesa Sanpaolo sferrano l’attacco al mercato estero

PRIMA IN ITALIA E TRA I PRIMI IN EUROZONA NELLA GESTIONE DEI RICCHI PORTAFOGLI DOPO LA RIORGANIZZAZIONE IN UN UNICO POLO DELLE VARIE DIVISIONI HA APERTO UNA SEDE A LONDRA E ORA STA PORTANDO A TERMINE LO SBARCO DEFINITIVO A NEW YORK

Paola Jadeluca

Roma «La cosa fondamentale non è aprire una filiale all’estero, ma renderla profittevole»: Paolo Molesini, da luglio dello scorso anno amministratore delegato di Fideuram Intesa San Paolo Private banking, più brevemente Fideuram Ispb, il nuovo grande polo unico che raccoglie sotto di sé una serie di società che prima operavano in modo indipendente. Una fusione che ha sbalzato al primo posto in Italia il gruppo, che ha definitivamente sorpassato Unicredit, ponendosi al quarto nell’Eurozona. Un polo in grado di competere con i grandi gruppi internazionali su un mercato in crescita ma dove è strategico avere massa critica e servizi sofisticati. Ragioni che hanno spinto il gruppo di Ca’ de Sass a riorganizzare questo filone di business. Per sferrare l’attacco ai mercati esteri. A dicembre è stata aperta una sede a Londra, negli uffici di Queen Street, già nella disponibilità del gruppo dai tempi della Banca Commerciale italiana. «A Londra la comunità degli italiani, molto importante, ha costituito una solida base di partenza — racconta Molesini — Ora stiamo lavorando su New York, che apriremo non proprio subito ma in tempi relativamente brevi, secondo la strategia indicata dal nostro Ceo Carlo Messina, che vede il nostro impegno nel private banking non solo in Italia ma anche nelle comunità italiane all’estero». Una banca specializzata nella gestione dei ricchi portafogli punta ovviamente a supportare non certo i nostri connazionali in vacanza, ma uomini d’affari, imprenditori, insomma i Paperoni che vivono e lavorano Oltreoceano. Uno zoccolo duro, destinato a diventare il trampolino di lancio per conquistare la fiducia degli stessi americani.

«Una strategia che indubbiamente può far perno sulla presa che ha l’immagine del made in Italy all’estero, soprattutto negli Usa: a New York la gente mangia la pasta Barilla e, una cosa che mi ha colpito molto, beve la birra Peroni, entrambi brand molto forti del nostro lifestyle» , commenta Marco Mazzoni, presidente di Magstat, società che ogni anno realizza un accurato report sul settore del Private banking italiano. Dopo il food e il fashion l’Italia esporta anche banche di private banking. Una svolta epocale. «I primi a portare il private banking in Italia sono stati i big stranieri, svizzeri e americani, appunto — racconta Mazzoni — e molti dei nostri istituti hanno aperto la divisione Pb appena tre — quattro anni fa. Intesa San Paolo, invece, ha sempre avuto una vocazione, già agli albori del private banking la Comit è sempre stata una banca rivolta alle gestioni Vip».

 A livello globale si assiste a una situazione paradossale: nei principali paesi il Pil ristagna, ma aumentano i milionari. E gli operatori sono in grande rivolgimento. Molti stanno virando verso l’alto, alla conquista del target dei cosiddetti Hnwi, high net worth individual, i più facoltosi. Un segmento dove i servizi sono più complessi, ma i ritorni ovviamente maggiori. Crescono i Paperoni anche nei paesi emergenti, Cina in testa. Già lo scorso anno il gruppo guidato da Carlo Messina ha avviato il progetto di costituzione di una wealth management company in joint-venture con la Divisione Banche estere ed Eurizon, la “fabbrica prodotto” del gruppo, che resta fuori dal perimetro Pb, ma in diretta comunicazione. La riorganizzazione di Fideuram Ispb prevede in particolare la confluenza di due grandi strutture, la parte promotori finanziari, Fideuram, e il private banking dell’istituto. Due realtà profondamente differenti. «Un’unica governance che ci consentirà di creare valore aggiunto, con l’integrazione anche il mondo Pb ha una rete di distribuzione che prima non aveva», afferma Molesini. Integrazione, controllo dell’intera filiera: «Si creano così sinergie, sia in termini di sviluppo di conoscenze che di capacità negoziali: noi adottiamo un’architettura aperta, acquisendo una maggiore massa critica possiamo avere maggiori economie di scala con i fornitori e benefici per la clientela», spiega Molesini. Il bilancio di fine anno s’è chiuso con quasi 8 miliardi di euro di raccolta netta totale e oltre 10 miliardi di euro di raccolta netta di risparmio gestito. Forte l’aumento dell’utile netto consolidato, che raggiunge 747 milioni di euro, con un incremento del 28%). Elevata la solidità patrimoniale, con Common Equity Tier 1 ratio al 17,9%. «Ora, la grande sfida è aiutare il cliente nel passaggio da “risparmiatore” a “investitore” — racconta Molesini — addio a Bot e Btp, anche il mattone oscilla, bisogna imparare a pianificare il portafoglio, ponendosi un orizzonte temporale, un livello di rischio e un obiettivo di performance». Nella foto London Stock Exchange La City è una delle principali piazze finanziarie del mondo e Intesa San Paolo Pb ha aperto una sede nell’ambito dei piani di sviluppo all’estero che prevede anche lo sbarco a New York.