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MILANO FINANZA

 

Milano Finanza
Numero 164, pag. 22 del 21/8/2010
Private banking
Gioco duro sui super ricchi

Dopo l'ottima raccolta legata allo scudo fiscale ora le boutique devono affrontare la difficile sfida dei conti di deposito ad alta remunerazione E per salvare i bilanci è vitale strappare clienti e banker alla concorrenza
di Roberta Castellarin

Per i gestori è ufficialmente aperta la caccia ai paperoni. Dopo la super raccolta realizzata grazie allo scudo fiscale, la concorrenza tra gli operatori del mercato è diventata al calor bianco. E i private banker dovranno fare i conti con la concorrenza dei depositi ad alta remunerazioni, offerti da molti intermediari proprio per intercettare i soldi dei vip ancora scottati dalla crisi.
La torta è importante, specialmente in una fase critica per gli utili delle banche come l'attuale. In Italia i super-ricchi sono quasi 180 mila, in crescita del 9% rispetto a fine 2008. Ma i loro portafogli risentono ancora della crisi, che ha fatto crollare le borse due anni fa. Secondo la società di consulenza Magstat il patrimonio dei paperoni italiani a fine 2009 ammontava a 795 miliardi, in recupero rispetto a fine 2008 ma ancora lontani dagli 845 miliardi di fine 2007. Circa il 70% di queste masse è già servito da banche private, mentre resta un 30% da conquistare. Si tratta di circa 236 miliardi che si andrebbero ad aggiungere ai 588,7 miliardi già nelle mani dei banchieri dei vip.
Tale liquidità per la maggior parte ancora dalle banche commerciali, che detengono quasi il 60% del mercato in termini di asset con oltre 260 mila clienti vip. A partire dai tre leader: Intesa Sanpaolo Private Banking, Unicredit Private Banking e Ubi Private Banking, che insieme gestiscono il 223 miliardi, ossia il 40% dello stock disponibile in Italia.
Non restano a guardare le banche estere, forti di 101 miliardi in gestione. Proprio uno straniero come la svizzera Ubs guida la classifica degli operatori che hanno incrementato maggiormente le proprie masse nel 2009 (+9,1 miliardi). Va però segnato che tale risultato è dovuto al fatto che Magstat tiene separati i dati di Intesa Sanpaolo Private Banking e di Banca Fideuram, che sommati arriverebbero a un aumento degli attivi di 10,4 miliardi.
Il recupero degli attivi in gestione è stato merito soprattutto dello scudo fiscale. «I dati che abbiamo analizzato evidenziano che il mercato italiano del private banking ha messo a segno un forte recupero, in gran parte dovuto ai capitali rientrati in Italia grazie allo scudo fiscale-ter», dice Marco Mazzoni di Magstat. Ora però la partita si sta facendo dura, come già emerge dai primi dati semestrali. Per esempio, il private banking di Unicredit nella prima metà del 2010 ha registrato un risultato di gestione di 135 milioni contro i 181 dello stesso periodo del 2009. Già nella relazione semestrale della banca di Piazza Cordusio si leggeva: «La forte pressione concorrenziale sulle condizioni offerte alla clientela sui depositi ha generato deflussi nel primo trimestre dell'anno per 1,8 miliardi, solo in parte compensati dai buoni risultati commerciali ottenuti sul fronte della raccolta netta gestita, pari a 1,4 miliardi».
Una storia a sé è invece quella dei family office, che a fine 2009 gestivano 27 miliardi di euro suddivisi tra 199 operatori. In Italia a fine 2009 si contavano 105 realtà, rispetto alle 86 di fine 2008. E in questi ultimi mesi sono nate numerose nuove iniziative. A partire dal gruppo Sella, che ha avviato Family Advisory sim. «La novità è che Sella vorrebbe coinvolgere nella proprietà della Family Advisory proprio i patrimoni cui si rivolgono. Il gruppo Banca Sella terrà infatti solo metà della quota iniziale (40% su 80) e collocherà l'altra metà in azioni di categoria speciale alla clientela primaria», spiega Mazzoni. In rampa di lancio è anche Idea sim, costituita a ottobre 2009 da Idea Alternative Investments (65%), dall'amministratore delegato Massimo Fortuzzi e dal presidente Luigi Arturo Bianchi. (riproduzione riservata)


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