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MILANO FINANZA
Numero 193, pag. 45 del 27/9/2008
Autore: di Gabriele Frontoni
 
La sfida degli esteri
 Private banking La crisi ha colpito anche i patrimoni dei Paperoni italiani. Ma le boutique internazionali vanno all'attacco
 

Anche i Paperoni d'Italia fanno i conti con la crisi dei mercati. Di qui a fine anno il numero dei super-ricchi che possono vantare un patrimonio investito superiore ai 500 mila euro è destinato a segnare un drastico ridimensionamento rispetto al passato. Secondo le stime di Giacomo Neri, partner di PricewaterhouseCoopers advisory (Pwc), la crisi economica che si è abbattuta sui mercati negli ultimi mesi è costata all'Italia quasi 90 mila Paperoni in meno, portando il numero stimato per fine 2008 dei ricconi della Penisola a 601 mila contro i 689 mila di fine 2007, numero aggiornato nel mese di giugno scorso prima dell'acuirsi della crisi subprime Usa. Questo dato infatti è stato rivisto al ribasso tre mesi fa rispetto alle stime realizzate nel giugno 2007 che prevedevano per la fine dello scorso anno 728 mila Paperoni. I capitali bruciati, dal fallimento Lehman al commissariamento di Aig, dalla crisi di Fannie e Freddie alle operazioni di salvataggio di Merrill Lynch e Bear Stearns, si sono tradotti anche in una battuta d'arresto nella crescita del patrimonio posseduto dai super-ricchi della Penisola che entro la fine dell'anno dovrebbe arrivare a segnare 768 miliardi di euro, 60 miliardi in meno rispetto ai 829 miliardi di fine 2007 indicati da Pwc tre mesi fa e addirittura 100 miliardi in meno in rapporto ai dati di fine 2007 stimati a giugno 2007, prima della crisi dei mercati finanziari. Il bollettino di guerra compilato da PricewaterhouseCoopers non sembra, tuttavia, impensierire i protagonisti del private banking che continuano a guardare con ottimismo al mercato italiano ed europeo. A tal punto che il consigliere delegato di Mediobanca, Alberto Nagel, nei giorni scorsi ha fatto sapere di guardare con interesse alle attività di private banking di Aig in Europa. «Sono attività che in assoluto a noi interessano», ha dichiarato il top manager di Mediobanca, mentre Bank of America metteva sul tavolo 50 miliardi di dollari per entrare nell'olimpo dell'investment banking attraverso l'acquisizione di Merrill Lynch. Ma come stanno vivendo questo momento di transizione i grandi gruppi stranieri di private banking presenti in Italia? «Negli ultimi nove mesi il nostro mercato non ha registrato l'ingresso di nuovi attori di private banking», ha spiegato Marco Mazzoni, di Magstat, che questa estate ha pubblicato la ricerca sul private banking in Italia da cui è tratta la fotografia dei player internazionali nel mercato tricolore (tabella a pagina 46). «Questo non succedeva da sei anni a questa parte», prosegue Mazzoni, «a dimostrazione che il mercato italiano risulta ormai saturo dal punto di vista dell'offerta». Al di là dei gruppi finanziari italiani, il mercato del private banking della Penisola, secondo i dati Magstat, è costellato di 41 operatori stranieri che possono vantare circa 88 miliardi di euro di asset gestiti, circa 80 mila clienti stimati, oltre 250 filiali e più di 1.200 private banker. Discorso a parte sul versante della domanda. «Gli italiani sono ancora prevalentemente indirizzati verso banche tradizionali», ha continuato Mazzoni, «tanto che esiste ancora un terzo di investitori con attività finanziarie liquide superiori ai 500 mila euro non raggiunti dai servizi di private banking». Numeri di grande interesse che dovrebbero alimentare una vera e propria staffetta tra gli operatori desiderosi di mettere le mani su un tesoretto stimato da Magstat in 270 miliardi di euro. «Il mercato italiano rappresenta una grande opportunità, soprattutto in un momento di crisi dei mercati», dichiara Pietro D'Anzi, general manager retail di Barclays Italia. «Siamo partiti in un mercato caratterizzato da forti turbolenze e abbiamo adottato un approccio conservativo e prudente che ci ha dato ragione riuscendo a restare a margine degli eventi recenti. È così che in appena 12 mesi di vita ci proponiamo di arrivare a 10 mila clienti private entro fine anno con un patrimonio gestito di 500 milioni di euro». Ma come fare per ottenere risultati tanto ottimistici in una situazione di crisi del sistema? «Facile», continua D'Anzi, «innanzitutto abbiamo deciso di abbassare la soglia della nostra clientela private a 60 mila euro. Abbiamo poi istituito un sistema di pianificazione finanziaria personale che consente a ogni singolo cliente di valutare ogni giorno la rischiosità dei propri investimenti e modificarla se la ritiene troppo elevata. Infine, abbiamo creato un network globale (Premiere, ndr) all'interno del quale il cliente, attraverso una membership card, ha lo stesso livello di servizio in ogni Paese in cui Barclays è presente».

Grande ottimismo sul futuro del private banking italiano anche in casa SG. «Siamo sbarcati in Italia appena due anni fa offrendo servizi di fascia alta legati soprattutto a soluzioni di ingegneria finanziaria», spiega Ernesto Prinzi, ad di Société Générale fiduciaria, che prosegue: «In pochi mesi abbiamo raggiunto 450 clienti e contiamo di arrivare a 700 entro fine anno mentre gli asset gestiti sono passati dai 40 milioni di euro di fine 2007 ai 200 milioni del 2008. E questo grazie alla professionalità ed esperienza del nostro team italiano che si interfaccia quotidianamente con tutta la rete Société Générale presente in giro per il mondo in modo da offrire soluzioni a volte complesse e articolate alla clientela più sofisticata e di alta gamma presente sul mercato italiano».

Più cauti sull'impatto della crisi finanziaria sul mondo private gli spagnoli di Santander, la cui struttura italiana per le gestioni di alta gamma ha appena compiuto un anno. «La crescita del mercato del private banking in Italia è rallentata pur continuando il suo ritmo di sviluppo», ha fatto sapere Stefano Boccadoro, amministratore delegato di Santander private banking Italia, che continua la sua strategia di crescita. Dopo l'apertura delle filiali di Milano, Roma, Varese, Treviso e Napoli, in cantiere c'è per quest'anno lo sbarco a Salerno, come da tabella di marcia del piano industriale. «Il cliente di private banking italiano continua a essere conservativo, richiede elevata qualità del servizio, fiducia nella società che gestisce il suo patrimonio, attenzione personale e architettura aperta nel momento di scegliere i prodotti e i servizi per i propri investimenti». Secondo Boccadoro il private banker di Santander si propone di risolvere ogni necessità relativa al patrimonio del risparmiatore trasformandosi nel direttore finanziario del cliente. Strategia, questa, che dovrebbe consentire al gruppo spagnolo di raggiungere una massa gestita di 5 miliardi di euro entro il 2011. Regna cautela anche in casa Deutsche Bank, presente in Italia con una divisione private con soglia di ingresso di 250 mila euro e una di wealth management rivolta a investitori con un patrimonio superiore ai 2 milioni di euro.

«La crisi dei mercati ha ulteriormente diminuito la propensione al rischio dei clienti private che mirano soprattutto a preservare il proprio patrimonio e a minimizzare i rischi», ha ammesso Silvio Ruggiu, responsabile private banking Deutsche Bank in Italia, che per i mesi a venire punta sullo sviluppo dimensionale attraverso una maggiore copertura territoriale. «Nel 2008 abbiamo aperto più di 20 nuove Unit private banking. La nostra crescita dimensionale si inserisce, però, in un progetto di più ampio respiro che si basa su una continua innovazione nel campo dei prodotti e servizi grazie alla collaborazione con 14 provider, e la formazione delle nostre più importanti risorse, ovvero i private banker». Guarda con ottimismo al futuro anche Fortis Bank, che dopo l'acquisizione di Abn Amro è diventata leader in Europa nel private banking con masse globali superiori a 204 miliardi di euro. «Ciò che differenzia il nostro modello di business rispetto alla maggior parte della concorrenza», spiega Alain Hazan, direttore generale di Fortis private banking, «è il fatto che non ci limitiamo alla gestione degli investimenti, bensì ci occupiamo della gestione della ricchezza a 360 gradi. Questo vuol dire seguire il cliente e la sua famiglia, oltre che nell'area investimenti, anche nell'immobiliare, crediti, trust & intellectual property e attraverso la divisione commercial anche la sua impresa». Presenti in Italia con 25 private banker, Fortis punta a raggiungere 40 consulenti e asset gestiti per 1,8 miliardi di euro entro la fine del 2009. (riproduzione riservata)

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