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MILANO FINANZA
 

Numero 135, pag. 11 del 11/7/2009

Autore: di Roberta Castellarin

 

Lo scudo che verrà

La terza edizione del rientro dei capitali avrà un'aliquota del 5%. Gli operatori si aspettano l'arrivo in Italia di asset per almeno 100 miliardi. In pole position ci sono le banche italiane che aiuteranno i clienti a liberarsi anche di titoli tossici e illiquidi per tornare al classico mix tra azioni e obbligazioni

 

Il signor Brambilla, imprenditore o libero professionista, in occasione del primo scudo fiscale nel 2002 aveva manifestato forti resistenze a lasciare la sua banca svizzera per riportare i capitali in Italia e affidarli a gestori tricolore, che forse reputava meno blasonati e preparati. Dire addio alle boutique di Lugano o Ginevra era difficile. Tanto che proprio i grandi colossi elvetici registrarono un boom delle masse gestite in Italia grazie ai rimpatri affluiti nelle loro sedi milanesi. Oggi, a sette anni di distanza, il mondo è cambiato. La grave crisi finanziaria costellata di crack, da Lehman Brothers allo scandalo Madoff, ha colpito soprattutto i grandi gruppi internazionali, ha messo in crisi i gestori che usavano hedge fund, prodotti strutturati e strumenti sofisticati per costruire i portafogli dei Paperoni. Che da un giorno all'altro hanno dovuto fare i conti con asset non liquidi e rinvii nei rimborsi delle quote.

Così lo scudo-ter, provvedimento che sarà introdotto da un emendamento della maggioranza al decreto anti-crisi in discussione alla commissione Bilancio della Camera e che è atteso in questi giorni, sarà un'occasione per i super-ricchi di riportare in Italia liquidità, bond, azioni, ma anche le quote di asset tossici in cui sono incappati negli ultimi due anni. Sarà a quel punto cura della private bank che si occupa del rimpatrio ristrutturare il portafoglio sulla base dei leit motiv del momento; trasparenza e liquidabilità. Non solo. In molti casi il rimpatrio sarà anche un'occasione per riportare a casa capitali che potranno servire a ridurre l'indebitamento delle aziende di famiglia.

Il nuovo scudo non sarà una riedizione delle versioni precedenti che portarono a un rimpatrio complessivo di 80 miliardi di euro, ma un provvedimento più complesso. E se in un primo momento si era vagliata l'ipotesi di una doppia aliquota in base a dove sarebbero stati investiti rientrati dall'estero, oggi l'attesa è per un prelievo medio del 5% con l'obbligo di rientro fisico dei capitali, se detenuti fuori dall'Unione Europea. È previsto anche che gli interessati debbano presentare agli intermediari una dichiarazione riservata nella quale siano indicate le attività finanziarie oggetto del rimpatrio. La dichiarazione deve contenere un'attestazione riguardante l'esistenza delle attività detenute all'estero almeno da fine 2007. Una possibile interpretazione di questa prima bozza è quindi che attraverso questa dichiarazione emergeranno anche immobili, barche e altri beni materiali detenuti nei paradisi fiscali, mettendosi al riparo da accertamenti futuri. E mentre l'interesse tra i Paperoni cresce soprattutto a fronte delle pressioni informative che stanno riguardando i paradisi fiscali e della stretta anti-evasione lanciata dal governo, le banche si preparano. Questa volta in pole position per intercettare i capitali in rientro sembrano proprio esserci i grandi gruppi bancari italiani, che oggi rappresentano il 60% del mercato delle gestioni dei super-patrimoni, ma che si aspettano di veder crescere ancora la propria supremazia. A partire da Intesa Sanpaolo, leader in Italia con asset in gestione a fine 2008 pari a 104,6 miliardi (patrimonio che comprende anche Banca Fideuram) in base all'ultima indagine sul private banking presentata dalla società di consulenza Magstat.

«Vedo lo scudo come una grande opportunità per le banche italiane e per il Paese; se l'aliquota sarà adeguata, mi aspetto un rientro di 100 miliardi di euro» , afferma Paolo Molesini, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo Private Banking. Concorda Paolo Martini, responsabile marketing e formazione di Azimut: «Noi ci stiamo già attrezzando con incontri interni e con commercialisti locali per essere pronti non appena lo scudo partirà. Crediamo che per Azimut lo scudo fiscale sarà una delle attività principali del periodo settembre-dicembre 2009».

Aggiunge Molesini: «Sarà anche un'opportunità per i clienti di riorganizzare i loro portafogli, semplificandoli. In questi due anni di crisi le banche italiane si sono dimostrate più brave a difendere i patrimoni dei clienti, il nostro approccio conservativo è stato premiato. A fine 2008 la media dei nostri clienti aveva perso in modo marginale ma nei primi mesi dell'anno hanno più che recuperato. E' andata diversamente a molti clienti che hanno investito all'estero, puntando su prodotti non armonizzati e che ora si trovano con titoli illiquidi in portafoglio». Una volta rientrati in Italia, una parte dei capitali servirà a finanziare le aziende dei clienti-imprenditori. «L'80% dei nostri clienti sono imprenditori attivi o in pensione. I primi in molti casi useranno parte degli asset rientrati per le loro aziende». Per chi invece vuole investire, l'approccio resta prudente. «Non crediamo sia ancora il momento di prendere forti rischi, per chi ha un'ottica di lungo termine sicuramente oggi le borse hanno valutazioni interessanti, ma a breve ci sarà ancora molta volatilità», aggiunge Molesini. Sulla stessa lunghezza d'onda, improntata alla prudenza, è Paolo Magnani, responsabile del private banking del Credem: «Indicativamente i clienti private sono ancora posizionati in un ambito conservativo, nonostante il recupero dei mercati azionari registrato in primavera. Solo nelle ultime settimane hanno iniziato a riavvicinarsi alle borse, ma sempre con gradualità. In particolare, si rivolgono a strumenti a gestione quantitativa che permettono di fissare limiti alle perdite oppure chiedono di aumentare la quota di azioni nelle gestioni patrimoniali, passando dallo zero al 10-12% del totale». La crisi ha fatto riscoprire proprio le tradizionali gestioni patrimoniali. «I clienti scottati da quanto accaduto con hedge e prodotti strutturati oggi chiedono strumenti semplici, che garantiscano liquidabilità e trasparenza».

Che cosa cambierà con lo scudo? «Con il rimpatrio dei capitali i clienti potrebbero aumentare la quota di azioni in portafoglio del 5-10%. Ma, rispetto a quanto avvenuto con gli scudi precedenti, ora lo scenario è radicalmente cambiato. Allora i clienti erano più propensi a investire in fondi, oggi i clienti che riporteranno in Italia i loro asset sceglieranno strumenti liquidi e trasparenti», dice Magnani. «Noi proporremmo soprattutto gestioni patrimoniali in titoli. Per chi preferisce invece il veicolo assicurativo, useremo le unit linked, sempre collegate a gestioni patrimoniali». Sulla semplificazione dei portafogli concorda Mario Spreafico, responsabile investimenti di Schroders Private Banking: «C'è stato un miglioramento della propensione al rischio rispetto alla débâcle di fine 2008. Anche se c'è ancora molta prudenza perché molti clienti privati sono imprenditori sensibili alle difficoltà dell'economia reale e fanno fatica a essere più ottimisti sui mercati finanziari». Per quanto riguarda invece il rimpatrio di strumenti finanziari non cash, per gli operatori si aprono mesi di duro lavoro. «Bisognerà pensare a una ristrutturazione dei portafogli, è probabile infatti che tra gli attivi in rientro dall'estero ci saranno anche prodotti come hedge fund e strutturati che in Italia non sono autorizzati al collocamento. Dal 2002 al 2008 gli investimenti alternativi e i prodotti finanziari strutturati hanno invaso il mercato, bisogna quindi aspettarsi anche un rientro dei cosiddetti asset tossici e di asset non performing. Ci vorrà quindi una politica di ristrutturazione e consulenza»

I clienti chiedono un ritorno alla semplicità. «La scommessa per i prossimi anni è tornare alle classiche attività finanziarie, tipo a un mix di azioni e obbligazioni, con un rapporto rischio-rendimento selettivo per preservare il patrimonio dalla volatilità».dice Spreafico. Aggiunge Francesco Cosmelli, direttore centrale private banking di Banca Akros: «Già nei primi due Scudi venivamo da una situazione di mercati difficili dove i clienti all'estero avevano maturato forti minusvalenze. Oggi ci troviamo in una situazione peggiore. Ci potranno essere problemi con quote del patrimonio investito in strutture non armonizzate che saranno difficili da liquidare. Una quota parte dei capitali rientrati servirà per finanziare aziende o esigenze personali, come successe nel 2002. Per la parte che resta investita la reimpostazione dei patrimoni seguirà criteri italiani, con una maggiore percentuale destinata all'obbligazionario, una diversificazione valutaria minore e meno uso prodotti complessi». Continua Cosmelli: «Veniamo da un periodo che, nei limiti di esposizione al rischio indicati dal cliente, abbiamo sfruttato il rimbalzo di azioni e corporate bond comprandoli a dicembre-gennaio. Oggi siamo prudenti, perché crediamo che sul medio-lungo termine questa sia un'occasione storica, ma nel breve siamo in attesa di segnali macroeconomici più chiari».

Afferma Roberto Fredella, responsabile di Bnl Bnp Paribas private banking (gruppo Bnl Bnp Paribas): «Il nostro private banking nasce dalla fusione tra la divisione private di Bnl e Bnp Paribas private banking di Milano. Si tratta quindi di un'unione tra l'attività tipica italiana e invece una realtà internazionale». Il private banking della banca guidata da Fabio Gallia in occasione dello Scudo potrà avvantaggiarsi della forte presenza all'estero. «Oggi il nostro gruppo è presente in 85 Paesi, quindi disponiamo di un network capillare che può favorire riservatezza e rientro diretto», aggiunge Fredella. Che continua: «Nel 2008 l'esposizione media all'azionario dei nostri portafogli era del 10% e questo ci ha permesso di attraversare il periodo di crisi con tranquillità. In questa fase continuiamo a proporre esposizioni contenute ai mercati e sicav a capitale protetto».

Se poi il cliente vuole diversificare nell'arte o nell'immobiliare? «Per gli investimenti artistici non facciamo direttamente consulenza dall'Italia, ma usiamo divisione a Parigi specializzata. Mentre per quanto riguarda l'immobiliare abbiamo vari tipi di soluzioni, dalla società di gestione dei fondi immobiliari all'attività della società di consulenza AtisReal che può accompagnare il cliente in tutte le fase della compravendita». E proprio la diversificazione in investimenti alternativi, non finanziari, ha riscosso successo nel 2008. Spiega Marco Mazzoni della società di consulenza Magstat: «La crisi del risparmio gestito ha colpito anche l'industria italiana del private banking facendo spostare le ricchezze verso strumenti semplici come i pronto contro termine e i titoli di stato. Anche l'investimento in quadri, vino, sculture, gioielli e diamanti ha riscosso un discreto successo tra la clientela perché è poco correlato con i mercati azionari e ha una correlazione addirittura negativa con le obbligazioni e i titoli di Stato». (riproduzione riservata)


 

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