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La Repubblica - Affari & Finanza - 28 settembre 2009

Lo scudo vale anche per i trust

Ma con una serie di limiti non tutti di facile interpretazione

LUIGI DELL'OLIO

Una ricca torta da spartire, ma anche una serie di norme da interpretare. Lo scudo fiscale ha preso il via da due settimane e tra i gestori di grandi portafogli si vivono giornate frenetiche per intercettare il maggior numero di capitali oggi inseriti nel veicolo di investimento di diritto anglosassone. Uno strumento la cui fama è stata amplificata dal libro "Onora il padre" di Tommy Berger, inventore di marchi come Hag, Sangemini e Levissima, che ne racconta potenzialità e limiti. «Il trust è utilizzato soprattutto come strumento nella pianificazione finanziaria internazionale e per gestire il passaggio generazionale nelle imprese familiari — spiega Marco Mazzoni, presidente di Magstat, società di consulenza specializzata in private banking — Il suo scopo principale è conservare nel tempo il patrimonio nella sua unità prevenendo le liti familiari, tutelandolo dai creditori e garantendo la riservatezza negli affari. A differenza della fiduciaria, nel trust la proprietà formale e sostanziale dei beni risulta del trustee, vale a dire del gestore».
Nei giorni scorsi l’Agenzia delle Entrate ha pubblicato sul proprio sito la bozza della circolare che guiderà le operazioni di emersione e ha fornito una prima serie di chiarimenti. «Nel testo è stabilito che i trust rientrano tra i soggetti che possono beneficiare dello scudo fiscale, a patto che non abbiano per oggetto esclusivo o principale un’attività commerciale. Possono quindi sia effettuare la regolarizzazione, che il rimpatrio dei capitali, ma ad alcune condizioni che prendono in considerazione la tipologia di strumento e gli attori coinvolti», spiega Costanza Brivio, responsabile fiscale del gruppo Azimut, società di gestione con 1.300 financial partner che ha chiuso il primo semestre con masse amministrate per 13,76 miliardi di euro ed è considerata dagli analisti tra le società meglio piazzate in questa competizione con Banca Generali e Mediolanum, oltre al quartetto che — in base a una ricerca di Magstat — ha intercettato la maggior parte dei capitali in rientro nelle prime due edizioni dello scudo, vale a dire IntesaSanPaolo, Unicredit Private Banking, Ubs e Credit Suisse. Senza dimenticare un nome storico nella gestione dei grandi patrimoni come Vontobel, che ha rafforzato il proprio team italiano proprio poche settimane prima che lo scudo fiscale italiano entrasse nel vivo.
Andrea Ragaini, amministratore delegato della Banca Cesare Ponti (boutique specializzata nel private banking che ha chiuso il primo semestre con masse gestite per 1,32 miliardi di euro), si sofferma sui soggetti abilitati: «In caso di trust revocabile, l’operazione di rimpatrio o regolarizzazione dovrà effettuata dal disponente. Viene applicata la disciplina tipica delle interposizioni fittizie, per cui è il titolare effettivo del patrimonio a dover assolvere agli obblighi di emersione». Lo stesso accade se il trust è revocabile e non ci sono indicazioni sui beneficiari. «Diversamente — aggiunge Ragaini — in presenza di un trust irrevocabile, il disponente non è nelle condizioni di poter disporre delle somme inserite nel trust. Dovrà quindi essere il trustee ad aderire allo scudo e ad effettuare la dichiarazione».
«Nel caso di trust trasparenti — riprende Brivio — il singolo beneficiario può fare emergere in modo autonomo le attività all’estero tramite la sola procedura della regolarizzazione che, non essendo un atto di disposizione dei beni in trust, è ammessa in capo al singolo beneficiario, non potendo effettuare il rimpatrio, dato che il trasferimento delle attività in trust implicherebbe un potere di disposizione delle stesse non attribuibile al singolo beneficiario».
Fin qui la disciplina di carattere generale. «I problemi principali nascono dal fatto che ogni trust ha un proprio regolamento — osserva Luciano Acciari, partner dello studio legale Gianni Origoni Grippo — per cui occorre un’analisi del singolo strumento per comprendere fino in fondo la disciplina da adottare». Il legale aggiunge un altro elemento: «A differenza delle precedenti edizioni, questa volta lo scudo prevede un’imposta commisurata al reddito. L’istituzione di un trust comporta di regola l’applicazione dell’imposta sulle donazioni per cui, con lo scudo che si riferisce alle attività possedute, si sanano anche le imposte, qualora non fossero state pagate nel momento dell’istituzione o dei successivi apporti al trust».
Ci sono poi molti casi che si trovano al confine tra le categorie e per i quali non è facile definire in maniera univoca la disciplina di applicare. In questi casi gli operatori si orientano in analogia
con la strada battuta nelle precedenti edizioni dello scudo, in attesa di eventuali nuovi chiarimenti da parte dell’Agenzia delle Entrate. «Un caso frequente riguarda i trust esterovestiti trasparenti, vale a dire quelli domiciliati fuori dai confini nazionali, ma in realtà amministrati dall’Italia — spiega Massimo Lodi, dirigente di Ubi Private Banking (che nel 2000 ha messo in piedi una società di trust estera) e membro della Commissione Tecnica di Aipb (Associazione Italiana Private Banking) — La dichiarazione spetta ai singoli beneficiari individuati, indipendentemente dal fatto che il trust sia o meno revocabile». Diverso il caso dei trust esterovestiti opachi (quelli senza indicazione del destinatario), «per i quali l’obbligo ricade sul trust». Diverso il caso del trust effettivamente residente all’estero per gestire attività in loco: «In questo caso — precisa Lodi — gli asset non sono scudabili perché non c’è il requisito della residenza in Italia al 31 dicembre 2008».
Le disciplina prevista dalla bozza di circolare si ferma agli aspetti formali del trust. Spesso, però i comportamenti dei soggetti interessati vanno in direzione diversa. «In attesa di chiarimenti definitivi, possiamo fare riferimento all’atteggiamento tenuto nelle passate edizioni dello scudo — osserva Severino Pugliesi, managing director di Credit Suisse (secondo operatore estero del private banking, con una rete di 300 client advisor e 3,8 miliardi intercettati nelle due precedenti edizioni dello scudo) — soprattutto nella considerazione che il trust è una fattispecie articolata e con forti caratteristiche di personalizzazione». Di conseguenza, è difficile dare risposte univoche: «Ad esempio, anche nel caso di un trust formalmente irrevocabile — prosegue — se il trustee accetta la liquidazione richiesta dal settlor o dai beneficiari, la sostanza prevale sulla forma e quindi attesta la revocabilità sostanziale del trust. Queste considerazioni si applicano in particolare a quei trust che hanno come oggetto prevalente investimenti mobiliari liquidi». Di conseguenza, si segue la procedura prevista per i trust revocabili, con il titolare del patrimonio che fa la domanda di emersione e sana la posizione, rimpatriando o regolarizzando a seconda dei casi.
 

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