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ECONOMY
Numero 19, pag. 70 del 06/05/2009
Autore: di Roberta Caffaratti
 

Ora i ricchi chiedono più semplicità

3079712424_233e193e1e_m.jpg Non è vero che il private banking debba offrire per forza un servizio complesso. Sembra proprio questo lo slogan dell’industria del risparmio dedicata ai cosiddetti affluent, ovvero i risparmiatori con oltre 500 mila euro da investire, per uscire dalla crisi. Che nel 2008 ha colpito duro la redditività delle imprese del settore, con un calo degli utili di 0,3 miliardi di euro a fronte di una contrazione dei ricavi di 1,4 miliardi. Il dato emerge dalla ricerca «Impatti della crisi nel mercato del private banking», realizzata dall’Associazione italiana private banking (Aipb).
La ragione del calo dei margini si deve in gran parte alle mancate commissioni, che dipendono dalla composizione dei portafogli dei clienti. L’analisi dice, infatti, che la domanda si è indirizzata, e lo è ancora, su prodotti liquidi a basso rischio/rendimento con costi contenuti (pronti contro termine, titoli di Stato e così via) e quindi con un basso margine per le imprese. «Le aziende hanno dovuto investire per rispondere a un’esigenza di consulenza superiore» dice a Economy Bruno Zanaboni, segretario generale Aipb. «E oggi stanno pensando a come riorganizzarsi per fornire una risposta alle nuove esigenze della clientela che vuole una maggiore trasparenza, indipendenza e semplificazione».

Denari al sicuro. Del resto, il cliente di questi tempi sembra avere ancora più ragione. Anche perché dopo cinque anni di crescita della ricchezza mondiale a un tasso annuo medio del 7,4%, per la prima volta nel 2008 si è tornati indietro del 14,7%. In pratica, la ricchezza mondiale ha fatto un salto all’indietro ai valori del 2005.
In Italia le cose sono andate un po’ meglio rispetto al resto del mondo: secondo l’indagine Aipb, la diminuzione dei patrimoni private nel 2008 è stata del 6%, con la fuoriuscita di circa 100 mila famiglie dall’area dei potenziali clienti. Il calo più significativo (-23%) c’è stato tra chi detiene patrimoni superiori a 10 milioni di euro e di conseguenza la fascia cosiddetta intermedia, con patrimoni compresi tra i 5 e i 10 milioni, è cresciuta del 29%, mentre hanno sofferto molto (-15%) i patrimoni compresi tra 500 mila e 1 milione di euro. Insomma, lo zoccolo duro dei Paperoni italiani, che detengono una ricchezza di quasi 780 miliardi di euro «spalmata» su circa 600 mila nuclei familiari, resiste.
«Per ragioni legate alla distribuzione geografica e a scelte finanziarie, solo la metà di queste famiglie è servita dall’industria del private» dice Zanaboni. «Credo che proprio questa crisi possa rappresentare un’occasione per raggiungerle». Già, perché accanto a una diminuzione della propensione al rischio e alla ricerca della semplicità, è scattata anche una sorta di diffidenza nei confronti delle banche straniere, quelle che negli anni della grande abbuffata hanno assicurato, con hedge e prodotti strutturati, rendimenti eccezionali (poi si è capito perché).
«Oggi c’è la richiesta di una consulenza integrata tra patrimonio finanziario e attività imprenditoriale e per questo sono state rivalutate le banche di medio-piccole dimensioni come le popolari e le banche di credito cooperativo» dice Marco Mazzoni, fondatore di Studio Magstat, società specializzata di servizi e reclutamento per l’industria del private banking.
Così il mercato procede in due direzioni: i leader che diventano sempre più grandi e nuove piccole realtà che si affermano. La prova è che Unicredit private banking, nel quale sono confluite le reti di Banca di Roma, Banco di Sicilia e Bipop-Carire, e Intesa Sanpaolo, che si è ingrossata dopo le fusioni con Carisbo, Cassa di risparmio di Padova e Rovigo, insieme hanno quasi il 43% del mercato. Che sale al 57,3% se consideriamo Ubi Banca.
Accanto a queste si sono affermate negli ultimi due anni nuove realtà come Banca popolare dell’Emilia-Romagna (Bper), Banca popolare di Sondrio, Banca popolare di Spoleto, Banco di Desio, Banca popolare dell’Alto Adige (Volksbank), Banca delle Marche, Veneto Banca. Il caso forse più significativo è proprio quello di Bper, che è partita a maggio dello scorso anno, in piena crisi dei mercati finanziari, con una divisione private che è riuscita ad aumentare la raccolta della banca dell’11% con asset pari a 2 miliardi di euro con 33 private banker.

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