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La Repubblica - Affari & Finanza

Il trust garantisce i patrimoni in tutti i passaggi generazionali

LUIGI DELL'OLIO

Milano
Proteggere le fortune accumulate nell’attività professionale o d’impresa, in modo da garantire agli eredi un tenore di vita soddisfacente. È la preoccupazione che accomuna i detentori di grandi patrimoni, a maggior ragione in questa fase contrassegnata da forti turbolenze nei mercati finanziari e da un brusco rallentamento dello scenario economico. Esigenze che punta a soddisfare il trust, un istituto nato nei sistemi di common law e importato in Italia con la Convenzione dell’Aja (operativa in Italia dal 1992), che consente la separazione dei beni dal patrimonio del disponente, in modo da preservarne l’autonomia sia nei confronti delle fluttuazioni di mercato, che contro eventuali attacchi da parte di terzi.
«Si tratta di un rapporto giuridico che coinvolge tre soggetti — spiega Marco Mazzoni, presidente di Magstat, società di consulenza specializzata in ambito bancario — Il settlor (disponente in italiano), titolare di un patrimonio da cui si vuole separare; il trustee (gestore), che diviene proprietario formale del patrimonio conferito dal settlor; il beneficiary (il beneficiario), vale a dire la persona fisica o giuridica a cui spetta l’equitable ownership (proprietà sostanziale) dei beni conferiti in trust. Nel contratto si può aggiungere anche un quarto soggetto, il protector, chiamato a controllare che la gestione avvenga nell’interesse dei beneficiari e secondo la volontà del settlor». Secondo un’indagine della stessa Magstat, attualmente il 45% degli operatori di private banking offre ai propri clienti la possibilità di creare un trust e la finalità principale è gestire il passaggio generazionale d’impresa.
«L’aspetto che contraddistingue questo strumento da soluzioni alternative è la separazione tra i beni presenti nel veicolo giuridico e quelli tanto del disponente, quanto del trustee — spiega Guido Feller, amministratore delegato di Duemme Trust Company e Duemme Fiduciaria (società entrambe del gruppo Banca Esperia) — Questo sia nell’interesse del beneficiario, sia dello stesso patrimonio, che rimane autonomo rispetto alle vicende personali delle parti, permettendo di realizzare obiettivi non conseguibili attraverso l’uso di strumenti giuridici disponibili nei paesi di civil law».
«Il trust consente di realizzare obiettivi di asset protection — aggiunge Massimo Lodi, presidente di Ubi Trust Company e presidente del gruppo di lavoro Trust, Commissione Tecnico Normativa di Aipb — Infatti i beni conferiti al trust, una volta consolidatosi il trasferimento, diventano un patrimonio segregato non più aggredibile dai creditori del disponente, e dai beneficiari, oltre che dello stesso trustee». Lo stesso strumento, aggiunge Lodi, «consente di disciplinare, in modo più o meno vincolante, le regole ed i meccanismi attraverso i quali, generazione dopo generazione, verrà attribuita la leadership aziendale e familiare». Misure utili ad assecondare le intenzioni del disponente contro eventuali incidenti che possono riguardare il patrimonio aziendale, così come contro eventuali tentazioni di sperperare denaro da parte di eredi incauti, evitando al contempo che eventuali tensioni tra i diversi membri della famiglia imprenditoriale possano incidere negativamente sul patrimonio accumulato.
Quanto alle modalità di gestione del patrimonio e alla scelta degli strumenti per farlo fruttare, il gestore gode di una discrezionalità ampia, ma non illimitata: «Il trustee è chiamato ad attenersi alle disposizioni del disponente contenute nell’atto costitutivo — spiega Feller — che solitamente sono ispirate a criteri di massima prudenza. Per questo motivo, il gestore solitamente affida le scelte di investimento a gestori che hanno una lunga esperienza con i grandi patrimoni». Titoli di Stato, obbligazioni di società ad alto rating e azioni da "cassettisti" rientrano abitualmente in questi portafogli. Non è infrequente, poi, il ricorso a fondi di investimento, che consentono di ottimizzare il profilo di rischio finanziario, caratteristiche particolarmente importanti quando si tratta di gestire patrimoni a lungo termine. «A patto, ovviamente, che la proporzione dei fondi e degli altri investimenti che comportano dei rischi rispetto al totale del portafoglio sia coerente e bilanciata con gli obiettivi del trust — aggiunge — Logiche non dissimili da quelle che seguono i grandi investitori istituzionali come fondi pensione, casse previdenziali, fondazioni e compagnie assicurative».
Spesso i detentori di grandi patrimoni ricorrono al trust per tutelare soggetti deboli. Il caso tipico è quello di un imprenditore anziano che nomina come gestore un professionista di sua fiducia, affidandogli l’amministrazione dei beni in attesa che il figlio minore raggiunga la maggiore età. Lo stesso può valere in altri casi, ad esempio se il beneficiario è una persona interdetta o inabilitata. E anche se si tratta di una persona non ancora esistente nel momento in cui viene redatto il contratto (ad esempio il futuro nipote) e che pertanto non potrebbe essere inserito nel testamento. «Al di là dei casi particolari, il trust può essere redatto per non disperdere i beni del fondatore di un’azienda quando vi sono contasti tra gli eredi — aggiunge Feller — in attesa che vengano chiarite le funzioni e le responsabilità dei vari membri della famiglia imprenditoriale».
A rendere più agevole il ricorso al trust sono i recenti chiarimenti in campo fiscale. «Per molti anni, tra i professionisti ha dominato la prudenza verso questo strumento perché la provenienza da un sistema giuridico differente poteva dar adito a diverse interpretazioni — spiega Alessandro Accinni, partner dello studio legale Dewey & LeBoeuf — Il quadro si è chiarito lo scorso anno con una circolare dell’Agenzia delle Entrate. Gli atti di disposizione a favore di trust sono ora soggetti all’imposta sulle successioni e donazioni: ad esempio, in caso di trust a favore di un figlio, si applica l’aliquota del 4% sul valore eccedente la franchigia di un milione di euro. Invece, se manca l’indicazione del beneficiario finale, l’aliquota sale all’8%».

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