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La Repubblica - AFFARI & FINANZA

 

Un futuro a rischio per le banche del Ticino


LUIGI DELL'OLIO


La piazza bancaria ticinese trema, ma quella lombarda non ha tanti motivi per stare tranquilla. E un clima di preoccupazione quello che si respira tra quanti operano a cavallo delle Alpi nella stagione postscudo. Perché la lotta internazionale ai paradisi fiscali impone alle banche elvetiche di rivedere il proprio modello di business, ma non è detto che questo porterà benefici all’Italia, le cui imprese potrebbero al contrario essere penalizzate dal calo dell’offerta creditizia.
La stagione del disimpegno da parte dei gruppi italiani presenti in Ticino, che è la terza piazza bancaria elvetica dopo Zurigo e Ginevra, ha preso il via in estate, quando UniCredit Bank Suisse è finita sotto il controllo della Banca dello Stato del Canton Ticino. Poche settimane dopo è toccato a Banca Gesfid (dal 2003 nel gruppo Fondiaria Sai) passare nelle mani di Pkb Privatbank della famiglia Trabaldo Togna, che ha sede centrale a Lugano ed è presente in Italia con Cassa Lombarda. Pkb aveva già fatto shopping in Italia, rilevando nel 2004 Mps Suisse. La necessità di razionalizzazione ha spinto Bipielle Bank Suisse e Ras Private Bank alla liquidazione volontaria, mentre la Banca Commerciale di Lugano (della famiglia Rovelli) è passata sotto il controllo del gruppo indiano Hinduja.
Né la situazione va molto meglio sul fronte opposto: già nella primavera del 2009 il gruppo svizzero Cornèr ha deciso di abbandonare le attività di private banking sul mercato italiano mettendo in liquidazione volontaria l’affiliata Cornèr sim di Milano. «La crisi internazionale dei mercati finanziari e le pressioni sul segreto bancario impongono alla Svizzera, e in particolare alla piazza ticinese, di ripensare il proprio futuro», riflette Marco Mazzoni, presidente di Magstat Consulting. Nel Cantone di lingua italiana il timore diffuso è che abbia preso il via la smobilitazione dei forzieri delle banche, settore che da solo costituisce il 15 per cento della ricchezza prodotta.
«Senza il vantaggio competitivo del segreto bancario le banche elvetiche sono ora costrette a sfidare le banche italiane ad armi pari: performance, personalizzazione e qualità dei servizi offerti, spese e commissioni», aggiunge Mazzoni. Secondo l’analista, «le chiusure, le acquisizioni, le fusioni sulla piazza di Lugano continueranno anche nei prossimi due anni perché lo scenario è cambiato radicalmente». A salvarsi saranno gli istituti di credito «capaci di passare velocemente dal vecchio modo di fare banca al nuovo, garantendo protezione del capitale, performance, personalizzazione e qualità dei prodotti/servizi».
Non è detto, comunque, che l’indebolimento della piazza ticinese favorisca i concorrenti italiani. Per Giovanni Barone Adesi, direttore dell’istituto di Finanza all’Università della Svizzera italiana, «il Ticino ha sofferto molto negli ultimi tempi per la mancanza di crescita in Italia e per l’atteggiamento spesso ostile delle sue autorità». Una situazione che, secondo l’economista, potrebbe avere un effetto boomerang per il nostro paese: «La crisi finanziaria favorisce la ripresa dell’esodo di capitali dall’Italia. La Germania e l’Inghilterra hanno capito che é possibile negoziare accordi con la Svizzera per ottenere vantaggi reciproci: le banche trattengono le tasse dovute in ciascun paese per conto dei governi dei paesi di residenza dei clienti ed è prevista una tassa per sanare il passato.
L’Italia potrebbe percorrere la stessa strada: il mio augurio è che il prossimo governo sia più attento su questo fronte». Anche perché, in caso contrario, ci rimetterebbero entrambe le parti: «Le banche ticinesi stanno cambiando il proprio raggio di azione, espandendosi in Asia dove sono ben accolte. Sarebbe utile se fosse loro consentito di fare lo stesso in Italia — spiega BaroneAdasi — Grazie a un elevato livello di servizio, infatti, i nostri istituti possono mantenersi competitivi nell’offerta di credito alle medie imprese del Nord Italia, affette da una cronica crisi di liquidità. Altrimenti temo che assisteremo a un ridimensionamento tanto del Ticino, quanto della Lombardia».
Dello stesso avviso è Rossella Locatelli, professore di Economia degli intermediari finanziari all’Università dell’Insubria. «Negli ultimi mesi stiamo assistendo a una massiccia azione di marketing territoriale nel Ticino per attirare imprese italiane, anche alla luce della migliore fiscalità garantita dal Cantone. La lotta ai paradisi fiscali sta impattando sul sistema creditizio locale, ma non credo in un crollo generalizzato del mercato. I capitali rimasti in loco con il rimpatrio giuridico costituiscono un banco di prova importante per le banche private locali, che stanno mettendo in campo la propria specializzazione nella gestione del risparmio».
E innegabile, comunque, che la lotta ai paradisi fiscali obbligherà le banche locali a rivedere il proprio modello di business: «L’offerta dovrà evolvere, includendo prodotti mirati a raggiungere anche quei clienti che non cercano riservatezza e opacità dell’investimento», riflette Carlo Galli, responsabile del dipartimento fiscale dello studio legale Clifford Chance. «Cosa che potrà avvenire attraverso strutture idonee a consentire l’adempimento nei paesi di provenienza degli investitori». Un risultato non facile da raggiungere per tutti: «Saranno avvantaggiati gli istituti già dotati di articolazioni internazionali», conclude Galli, «mentre gli operatori esclusivamente locali dovranno riorganizzarsi o rinunciare a una fetta potenzialmente importante di clientela».




 

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