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LA REPUBBLICA AFFARI & FINANZA 10 dicembre 2012
 

Investire in “venture philanthropy” il capitalismo della beneficenza

LE GRANDI FONDAZIONI USA HANNO CAPITO PER PRIME COME FAR DIVENTARE LE DONAZIONI UN VOLANO DI SVILUPPO E DI EFFICACIA NEI SETTORI SOCIALI MA ANCHE SANITARI E DI RICERCA E COME MOLTIPLICARE RISORSE E RISULTATI

Paola Jadeluca
 

Roma Venture philanthropy, una asset class alternativa, oppure semplicemente una nuova via per fare beneficienza? Il dibattito è in corso e dagli Usa è arrivato ora anche in Italia. Il concetto di base è: guadagnare investendo sul non profit. Un’idea che si è fatta strada pian piano, quasi fosse una vergogna trarre profitto dal bisogno. Ma basta guardare più da vicino il fenomeno per capire, al contrario, che seguendo questo principio si possono fare imprese sostenibili in modo efficiente e risparmiando risorse che possono essere, a loro volta, reinvestite. Insomma, più si fa del bene, più i benefici aumentano. Il paradosso, però, è che questa nuova frontiera dell’investimento nasce dalla concentrazione di risorse nelle mani di pochi. Fondazioni imponenti, espansione dei family office, grandi patrimoni privati: in Usa, che fa scuola di filantropia, l’eccesso di risorse ha generato una spinta alla ricerca di nuove aree su cui indirizzare il denaro, aree poco o non del tutto correlate all’andamento del mercato. Prima l’arte, poi il vino, gli immobili. Adesso la filantropia. Ogni anno i magazine economici stilano i ranking dei filantropi: la famiglia Gates, la famiglia Dell; persino Warren Buffet, magnate e spregiudicato finanziere, vuole oggi convertire i Paperoni del globo a donare metà dei propri soldi in beneficenza. Più il divario ricchi-poveri si allarga, più risorse vanno in beneficenza. Ora si sta cercando come utilizzare strumenti finanziari

per renderla redditizia. «Negli Usa, fonte Foundation center, nel 2000 erano presenti 50.200 fondazioni che erogavano 27,6 miliardi di dollari. Nel 2007 si è passati a 75.187 fondazioni per 46,8 miliardi di erogazioni », racconta Francesco Perrini, docente all’Università Bocconi di Milano, esperto del settore e autore tra l’altro di Social entrepreneurship- Imprese innovative per il cambiamento sociale (Egea, 2007). Al momento il venture philanthropy è una goccia nell’oceano della filantropia. Spiega Perrini: «Nel 2001 erano censite 42 organizzazioni di venture philanthropy negli Usa che erogavano circa 50 milioni di dollari, meno dello 0,2% del grant-making totale delle fondazioni. marginale. ma il tasso di crescita è più elevato. Oggi, a livello globale si contano quasi 200 organizzazioni di cui la metà negli Stati Uniti, un terzo in Europa. E tutto il movimento della filantropia si sta interrogando su come essere più effective ». Insomma, dal punto di vista del trend, la strada è ormai tracciata. Con i tagli alla spesa pubblica lo Stato arretra e il welfare è sempre più appannaggio impact investments, come si chiama la grande famiglia che comprende anche i fondi etici, offrono una nuova alternativa per indirizzare la ricchezza privata a favore del benessere sociale. Ma la domanda al centro del dibattito è: come remunerare il capitale? Una leva può essere il private equity. Ovvero, costituire un fondo che non viene direttamente gestito, ma funge da veicolo che unisce un soggetto con finalità sociali (pubblico o privato, come una onlus) a un investitore. Insieme possono: costruire immobili (housing sociale); recuperare patrimoni artistici (art advisory); sviluppare centri di assistenza medica (bio-tech o welfare). «Per realizzare il plusvalore, però, devi alla fine vendere, nel Vp invece si fanno dei patti di restituzione», spiega Perrini. E questo è uno dei nodi da sciogliere per soggetti che intervengono a puro titolo di investimento. Di fatto, una onlus gestita bene cresce in modo esponenziale e con l’equilibrio economico può ridurre il peso a carico dei donatori e ampliare il raggio di intervento. Ma si può vestire una onlus con una Spa, per poter da una parte continuare a redistribuire gli utili, e dall’altra portare a termine operazioni di rendita: vendere immobili, vendere brevetti, vendere servizi. Negli Usa, l’attore Paul Newman ha creato un’azienda alimentare (i condimenti per insalata di Mc Donald’s sono i suoi) cui proventi- 220 milioni di profitti- finanziano camp per ospitare bambini indigenti e con gravi problemi di salute, una organizzazione enorme che ha fatto scuola. Enzo Manes, uno dei pionieri in Italia, ha replicato l’iniziativa, creando Dynamo Camp Dynamo, al sesto anno di attività. Più finanziario l’approccio di Luciano Balbo, altro pioniere del settore. Già fondatore di B&B private equity, poi di Evpa, l’organizzazione europea del vetnure philanthropy, ha creato Fondazione oltre, onlus che vuole sperimentare la filantropia imprenditoriale basata su un Fondo ad hoc, Oltre venture, una accomandita che investe in progetti innovativi. Private equity foundation, network del Regno Unito, altro paese dove il venture philanthropy ha realizzato uno studio dove prova come Neets, programma per giovani che non studiano né lavorano, ha raggiunto in 5 anni un multiplo del 5% con un tasso di successo del 98%. L’università di York ha stimato che lo stesso intervento realizzato da un soggetto pubblico sarebbe costato 56.000 sterline, contro le 30.000 globali della Fondazione. I parametri di valutazione stanno cambiando. La finanza ha rivisto i suoi modelli. E sono sempre di più le imprese che considerano la “responsabilità sociale ” un valore da mettere a bilancio. Non è lontano il momento in cui la sostenibilità diventerà un fondamentale al pari dell’Ebita. «Giin, Global impact investing network, con base a New York, sta mettendo a punto un software che misuri, oltre ai benefici economici previsti da un progetto, anche l’impatto sociale positivo che avrà», racconta Marco Mazzoni, direttore di Magstat, centro studi di Bologna che ogni anno realizza una rapporto sul Private banking, dove gli impact investment stanno cominciando a ricoprire un ruolo sostanzioso. Sotto l’ombrello Giin si raccolgono la Rockefeller foundation, Deloitte, PwC, Hitachi, Citigroup, Deutsche Bank, JpMorgan e la Bill& Melinda Gates Foundation. Personaggi e marchi di influenza globale. TESORO SOLIDALE In Europa 3,86 miliardi di euro sono le risorse disponibili per investimenti in Venture philanthropy Ogni anno viene speso circa il 5%. Il 30% degli operatori europei è in Gran Bretagna Quattro sono gli operatori italiani che hanno partecipato alla Survey. Negli Usa nel 2007 c’erano 75.187 fondazioni.

 

(10 dicembre 2012)

 


 

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